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  • Storia del vino e del territtorio

     

    Il primo vino in assoluto risulta quello spremuto dalle viti scampate al diluvio universale.
    Fu Noè, privilegiato illeso, a rimboccarsi le maniche sotto i gonfi grappoli e a sperimentare per primo l'eccitazione dell'ebbrezza. E doveva di certo trattarsi di un buon vino se assicurò al patriarca tanta longevità.
    Vino nelle coppe preziose dei mitici dei dell'Olimpo. In otri di pelle di capra il vino di Babilonia, mentre in Egitto si strizza l'uva in un torchio di tela per quel nettare sacro che dà  forza vitale persino ai defunti.
    Nella Grecia classica il vino trasforma filosofi e letterati in allegri bevitori.
    I gaudenti Etruschi, vuotano i calici a ripetizione brindando alla vita celebrata nei banchetti e nelle feste.
    Gare di sbronze anche per i Romani, riscattati dall'austerità repubblicana, ammessi a godere delle esuberanze dell'Impero.
    Finché il vino non si fa strumento sacro di redenzione nel segreto dei conventi medievali.
    Nello spirito rinascimentale che infervorava i banchetti di corte, tracannavano vino persino i governanti del Risorgimento alternando lotte politiche a pacificanti bevute.
    E sotto i fumi dell'alcool l'uomo si fa poeta e artista, inneggiando al vino come strumento di evasione, di ebbrezza e di delicata follia.
    Dai Celti ai Romani, Dai Barbari ai Savoia, tutti bevevano i vini del Canavese.
    La vite è stata uno dei primi frutti a venire coltivati, già  in tempi antichissimi, a partire dalla zona a cavallo tra l'Asia Minore e il mediterraneo; lo testimonia persino la leggenda biblica che attribuisce a Noè l'invenzione del vino.
    La vite si affermò definitivamente nella Grecia classica; da qui giunse in Italia, in Francia, nella penisola iberica e nei Balcani; oggi è diffusa in tutte le regioni temperate e subtropicali, esclusa l'Asia centrale.
    Il vino che Omero decantava nel VII secolo avanti Cristo, asserendo che era "un balsamo, una divina bevanda" o che Plinio duemila anni fa consigliava come "utilissimo al corpo ed allo stomaco", aveva ben poco a che vedere con il vino come lo intendiamo noi, anzi molti lo troverebbero imbevibile: era denso, fortemente alcolico, a volte arricchito con miele o spezie, spesso aromatizzato con la resina delle conifere.
    Ma i Romani ne andavano pazzi, al punto da sbeffeggiare i Celti, delle colline prealpine e della Gallia che, apprese le tecniche dagli Etruschi, producevano vini leggeri e limpidi, aciduli e dissetanti.
    La polemica continuò per secoli: a Roma burocrati ed imperatori consumavano vino dolce annacquandolo nella coppa, mentre nella pianura Padana ed in Francia si continuava a lavorare in vigna ed in cantina per migliorare le tecniche di produzione.
    Il maggior merito dei Celti fu certamente l'introduzione della botte al posto dell'anfora, che consentiva la maturazione del vino ed il suo affinamento nel tempo.
    Il Canavese e la Valle d'Aosta erano abitati dai Salassi, un popolo celtico noto per le miniere d'oro e per la sua resistenza alla romanizzazione, tanto da costituire una costante spina nel fianco per legionari, eserciti e burocrati.
    Perciò per secoli le valli della Dora Baltea e dell'Orco furono scarsamente considerate da agiografi e storici latini.
    L'unica "notizia" sulla qualità dei prodotti locali è anch'essa legata ad un episodio di guerra, quando il console Terenzio Varrone, vinta una battaglia, celebrò il trionfo saccheggiando le cantine dei Salassi. Almeno sappiamo che quei veterani erano dei buongustai! 
    La notizia sulla qualità dei vini locali viaggiò insieme alle legioni, tanto che alcuni imperatori, assaggiati gli squisiti vini del Piemonte e del Canavese, compresero che occorreva favorire questa viticoltura.
    Primo fra tutti ad emanare leggi adeguate fu Elvio Pertinace, che nel 193 promosse e tutelò la coltivazione del Nebbiolo.
    Con la caduta dell'Impero Romano, la viticoltura subì un lento ed inesorabile declino. Ai barbari eserciti interessava molto il consumo di vino ma praticamente nulla su come si produceva. La conoscenza delle tecniche di coltivazione rimase per fortuna patrimonio del mondo contadino. Grazie a loro ed alle abbazie, luoghi di conservazione della cultura antica, si salvarono le tradizioni enologiche.
    Perlustrando gli atti notarili medioevali e frugando tra le righe degli archivi sabaudi, si scopre che intorno all'anno 1000 molti coltivano il vigneto sulle colline canavesane e tra le rocce dei contrafforti alpini.
    Sempre dalle stesse fonti ci giunge notizia che già nel 1200 iniziano le regolamentazioni della data di inizio vendemmia, a tutela della qualità.
    Intorno alla metà del 1500 il medico Andrea Bacci presenta la produzione di vini del Piemonte nel trattato: "De naturali vinorum", eccone alcuni pezzi: "Sotto le Alpi si producono vini sottili, di un colore rosso splendente, aspretti e raramente dolci; per contro altri sono biondi di un fulgore fiamma, e per il loro sapore intenso sembrano mediocri al gusto, ma in ogni caso danno molta pesantezza di capo a chi li beve, a meno che si tratti di gente molto robusta di testa. Io stesso ... imparai a mie spese che rispondevano al vero gli avvertimenti dei miei ospiti ... E pensai che ... non v'è da meravigliarsi se vi si producono dei vini così robusti: e ciò a causa -mi sembra- del continuo riverbero del sole attraverso gli anfratti dei monti aridi che si innalzano tutt'attorno; il quale sole durante l'estate riarde lentamente quelle uve rosse e bionde, in proporzione alla loro varia distribuzione, ed infonde in esse un intensissimo ardore ... Fra quelli rossi ve ne sono peraltro alcuni abbastanza robusti, come quello che si raccoglie sopra il Po, nelle campagne vicino ad Ivrea ... Nei loro vigneti, talvolta maritati con gli alberi, queste campagne producono vini più forti, del genere sopra ricordato, i quali anche nelle mense del Serenissimo Duca di Savoia ottengono lode e favore. E così non di rado, dal porto di Savona vengono trasportati a Roma in piccoli fusti per onorare feste e banchetti".

     

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